tuesday, 7 September 2010
Pastori tra due sponde 4x5 inch

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PASTORI TRA DUE SPONDE
di Nico Tucci

La terra in cui sono cresciuto è sempre stata raffigurata unicamente come terra di pastori e d’armenti. Questa visione, poco corrispondente alle mie esperienze vissute nel periodo adolescenziale, ha stimolato la mia curiosità, portandomi sui sentieri dell’atavica via della pastorizia.
Il mio interesse di sempre verso gli esseri umani mi ha condotto ad affrontare un viaggio alla ricerca dell’uomo pastore. Un uomo raccontato, un uomo ai margini, un uomo in perenne viaggio, sia in senso fisico sia in senso metaforico, che si può incontrare solo cercandolo con insistenza, con caparbietà, avvicinandolo con il dovuto e assoluto rispetto e una buona dose di fortuna e astuzia, comprensione e coraggio. Sono partito da una visione personale e immaginata del lavoro da compiere, camminando lentamente al loro fianco, parlando loro semplicemente, e passo dopo passo il mio sguardo, abituato a ritmi frenetici, si è lentamente calmato, riposato, soffermandosi maggiormente sulle loro azioni, ma anche sui loro momenti di riflessione e di silenzio e infine sulla loro essenza.
L’immagine è il riflesso dello scorrere del tempo, è un luogo metafisico in cui ritrovo spazi naturali, incontaminati e verdi, che si contrappongono alla figura dell’uomo pastore che li vive, e che al contrario di questi cambia e si evolve non solo ai miei occhi.
Contaminazioni culturali, religiose, economiche, sono il motivo di questi mutamenti che hanno inciso sul mio modo di percepire il lavoro. Quest’intensa esperienza, questa continua ricerca frutto della mia curiosità, mi ha messo alla ricerca delle mie radici, mi ha fatto porre domande sul “da dove provengo”, mi lascia guardare dentro di me stesso, mi ha fatto scoprire quanto è profondo l’amore che provo verso queste persone, che, per necessità o per virtù quotidianamente lottano in modo da garantirci la continuità di un mestiere, garantendoci ancora sapori autentici e racconti straordinari.
In queste poche fotografie, spero di essere riuscito a registrare e a rimandare nella loro interezza tutta le emozioni che ho provato ogni qual volta, scivolando, nascondendomi dietro un telo nero, mi sono sentito protetto dal ventre della natura.


PREFAZIONE
della Dott.sa Adriana Gandolfi

Fiumi di inchiostro sono stati usati per descrivere e narrare la millenaria attività della pastorizia, praticata dagli “armentari” abruzzesi nell’Appennino centrale e che, attraverso la pratica della migrazione stagionale, nota come “transumanza” interessava gran parte dell’economia Italiana meridionale; la cosidetta impresa o industria “armentizia” che fino ai primi decenni del secolo scorso esprimeva, ancora, i suoi codici di riferimento socio-culturali e che Gabriele D’Annunzio celebrava nella sua espressione poetica e letteraria migliore.
L’Unità d’Italia, i conflitti mondiali, il fenomeno dell’emigrazione, gli effetti dell’industrializzazione, della riconversione agricola e dello sfruttamento intensivo delle pianure del Tavoliere pugliese, combinati al disinteresse politico ed amministrativo; tutte queste condizioni non più favorevoli al settore agro-pastorale hanno fatto in modo che l’abruzzo come “terra di pastori” restasse nella storia soltanto come immagine oleografica di tempi “tristi”, stereotipata definizione che hanno generazioni di abruzzesi ad un attegiamento pregiudiziale verso “la fatica del lavoro”, le tradizioni della terra e della natura, la “cultura della memoria” espressa dagli antenati contadini e pastori, a rinunciare alla propria identità storica, ripudiando il passato, inteso come un “complesso del cafone” da cui assolutamente bisognava “riscattarsi” aderendo a modelli di riferimento moderni, imposti dalla società urbana post-industriale, attraverso la propaganda mediatica che ha generato, spesso, “ebeti telematici” globalizzati.
Attualmente, seppure disgregata, ciò che resta dell’impresa armentaria abruzzese ha oltrepassato la frontiera nazionale per interessare lavoratori stagionali provenienti dai Balcani, dove l’attività pastorale ancora costituisce una generosa fonte di risorsa economica ed è grazie a questo flusso migratorio se la zootecnia ovina riesce a sopravvivere sulle montagne dell’Appennino; i pochi allevatori (armentari) abruzzesi che restano sul territorio, sono tutti orgogliosamente “pastori”, a pieno titolo, si considerano eredi e custodi di quella memoria antica, che traeva insegnamento dalla natura e dall’esperienza, che li rende capaci di competere con il mercato “globalizzato” per restituire dei prodotti e sapori “originari” ed in questo, fortunatamente, sono magistralmente coadiuvati dai loro assistenti- extra-europei.
La lunga esperienza professionale nell’ambito della ricerca demo-antropologica, mi ha insegnato a conoscere, ma soprattutto a rispettare l’intero patrimonio espresso dalla cultura tradizionale e quindi, anche a valorizzarlo, trasmettendone le testimonianze non soltanto storicizzate, ma quelle che l’attualità miracolosamente ci consente di trovare rielaborate ai tempi, senza falsi recuperi finalizzati a logiche “mercantili”, ma come stimolo per la scoperta e l’approfondimento dell’identità originaria del territorio.
Il lavoro di Nico Tucci si colloca in questo contesto, il suo dialogo per immagini costituisce l’indizio di una ricerca più profonda, nata dall’esigenza dell’uomo, che possiede la tecnica fotografica, d guardarsi dentro e indietro nel tempo, attraverso il corpo e gli occhi dei suoi soggetti: “i pastori”, che da fonte di ispirazione artistica si trasformano in stimolo per una lettura esistenziale, utile per ognuno di noi.
Lo sguardo di un fotografo, le sue suggestioni, il suo immaginario di “uomo”, interprete del linguaggio: l’apparecchio fotografico… Mi sono sentita stimolata ad interpretarne il linguaggio in senso antropologico.
L’uomo “fotografo” incontra l’uomo “pastore”, il primo media attraverso l’obiettivo del suo strumento professionale, scrutando l’altro che si offre allo “sguardo” con la sua attrezzatura di lavoro, la sua esperienza umana, la sua “storia”.
Le immagini che risultano da questa ricerca, espongono due culture che si confrontano tra “civiltà” e “natura”; come uno specchio, riflette verso la “civiltà” il suo riverbero diventando amplificata eco per introspezzione esistenziale.
Quindi, l’arte dell’immagine sta nel cogliere l’attimo della suggestione, il fotografo intuisce e scatta, rispondendo al mutuo linguaggio delle sensazioni, soprattutto se, anche lui, come abruzzese, si sente di appartenere per un po’ almeno, al richiamo della montagna-madre, la Majella.
In quest’ottica bisogna “leggere” la sequenza di immagini contenute in questo volume, frutto di una ricerca dettata dal bisogno di ritrovare l’uomo ed il suo rapporto di quotidiana sopravvivenza con la natura.

25/XI/2006
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I Ragazzi del '99 4x5 inch
Iuvenes -cavalieri addobbati- 6x6 cm.
Pastori tra due sponde 4x5 inch
The Bag - Bovisa Art Gang - 6x6 cm.



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